Il Rettore dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma
Mons. Agostinho da Costa Borges
sotto l’alto patrocinio di S. E. l’Ambasciatore del Portogallo Presso la Santa Sede
Dott. João da Rocha Páris
In collaborazione con l'Ambasciata del Portogallo presso lo Stato Italiano
e il patrocinio dell'Istituto Camões
ha il piacere di invitare la S.V.
all’inaugurazione della Mostra
«Corpo Abstracto»
di Miguel Ribeiro
che avrà luogo il 4 giugno 2010 alle ore 18,00
La mostra rimarrà aperta fino al 27 giugno 2010
dal mercoledì alla domenica: dalle ore 16,00 alle ore 20,00
Galleria d’Arte dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma
Via dei Portoghesi, 6 - I-00186 Roma
“Corpo Astratto"
Questo è un insieme di fotografie del mio corpo scattate tra il 2001 e il 2008, un periodo durante il quale mi sono dedicato a questo tema.
Ho iniziato a dedicarmi alla fotografia nel 1978 e poco tempo dopo ho cominciato occasionalmente ad incorporare una mano o un’altra parte del corpo nelle fotografie che ritraevano paesaggi. Ma soltanto nel 1985, vivevo allora in Sudafrica (1980-91), ho iniziato ad usare il mio corpo in maniera sistematica e come motivo centrale della fotografia. Tuttavia, il fascino esercitato da questa tematica è durato non più di 8 o 9 mesi, offuscato dalla passione di quel momento per la fotografia medica.
Nel mese di dicembre del 2000, tornato in Sudafrica per trascorrere un periodo di vacanza a Città del Capo, il mio interesse per l’autoritratto vive un’inattesa ma ormai solida rinascita. Fino alla metà del 2003 la zona del corpo selezionata era caratterizzata dal fatto di essere fotografata interagendo con oggetti o paesaggi. Da quel momento in poi sono tornato agli sfondi neutri del 1985, avvicinandomi anche allo spirito intimista di questo periodo. Generalmente isolavo una parte del corpo e cercavo di farla funzionare come soggetto autonomo, esplorando in maniera più o meno astratta e decontestualizzata il suo potenziale plastico, la sua trama o la sua espressività. In altre parole, la parte del corpo illustrata era spogliata della sua identità originaria, per diventare un oggetto.
Le prime serie risalgono alla metà del 2004. Alla fine del 2005 e durante il 2006 ho sperimentato la composizione di immagini multiple in un quadro dalla doppia lettura: quella del tutto e quella delle fotografie individuali. All’inizio del 2007 ho iniziato a convertire immagini analogiche in immagini digitali, e utilizzando la progressione temporale della serie, ho trasposto le sequenze fotografiche in cortometraggi musicati. Questo mezzo si è confermato il veicolo più adeguato per alcune raccolte di fotografie, soprattutto per la capacità di trasmettere la natura ossessiva del lavoro.
Il corpo, per la sua formidabile versatilità e il suo potere espressivo, è un tema inesauribile al quale finirò sempre per tornare. E quando usiamo il nostro corpo, questo ha la capacità di rispondere istantaneamente e con precisione millimetrica alla variabile azione/reazione che armonizza il fluire del concetto, senza le interruzioni di trasmissione inerenti alla fotografia con modelli.
Miguel Ribeiro
Lisbona, Aprile 2010
CORPO MULTIPLO
Questo corpo è ciò che in esso vogliamo vedere. Può essere paesaggio. Può essere oggetto. Può essere edificio.
Può essere deserto al chiaro di luna. Può essere cordame di nave. Può essere arco trionfale. Può essere quadrato, cerchio, linea retta. Io vedo in alcune fotografie di Miguel Ribeiro il tempo, non il tempo che passa ma il tempo che indugia a passare, e che va scavando solchi, tracce, linee e rughe. In alcune sue fasi il corpo è invisibile. E ciò che resta è l’ombra di un’ipotesi che si va componendo e scomponendo nella testa fino a fissarsi in un’identità fisica immediatamente riconoscibile.
Qualcuno la chiama astrazione, ma l’astrazione che non trasporta l’ombra di un’idea o di un dubbio non è astrazione. È il vuoto. E l’uomo, come la natura, ha l’orrore del vuoto. Miguel Ribeiro ha iniziato a lavorare a queste rappresentazioni da molti anni, in modo ossessivo e primordiale, come se l’essenza della stessa vita consistesse unicamente nel fotografare una certa vita intima di un corpo, il suo, per il fatto stesso che era quello che si trovava più vicino, quello che poteva invocare e chiamare, a cui poteva rivolgersi in modo esclusivo e confidenziale senza il rischio del ripudio o dell’indifferenza. Un corpo che accettasse di essere rielaborato dalla luce e dall’ombra, dalla parola e dal silenzio, per rendere possibili tutte le coniugazioni del verbo trasformare. Perchè questa fotografia abbraccia anche la trasformazione, la trasformazione delle cose visibili e invisibili, quasi a voler evocare: il lavoro di Dio.
Dune di pelle e colline di dita, caverne di bocche e di occhi, qui una fronte corrugata come un tessuto logoro, lì le pieghe e le crepe della pelle nuda, o i grossi nodi, come se un corpo si esponesse dritto all’interno del rovescio, con progressive astrazioni fino a risolvere il problema del movimento del corpo, che è la tendenza naturale a nascondere o ingannare il timore della tranquillità. Per il corpo, la mancanza di movimento, non la pausa del movimento ma l’assenza del movimento, è il momento della morte, il momento che precede la decomposizione. Quando il corpo vive ancora prima dell’ esaurimento definitivo. Del termine e della conclusione della forza.
Catturare fugacemente questa assenza dinamica in un corpo vivo significa forzarlo a contraddire la sua natura, consegnarlo ad un istante di assoluta solitudine.
La fotografia di Miguel Ribeiro vive all’interno di queste contraddizioni, in armonia con la sua professione di medico, che come medico ha col corpo, il suo stesso corpo, una relazione astratta. L’astrazione come fase clinica del processo di valutazione, come un esercizio che può essere rappresentato attraverso simboli, parole, numeri, note, con maggiore facilità rispetto alle cose concrete e tangibili. Scrivere l’algoritmo del corpo, la partitura del corpo, decifrare l’equazione algebrica, stabilire la grammatica normativa la trigonometria applicata, è qualcosa che un artista fa con maggiore facilità quando non è obbligato ad usare il corpo come materia pratica o scientifica.
Plastificare il corpo, plasticizzare il corpo, estetizzare il corpo fino a rifiutare di identificare nel corpo i segni del suo disfacimento o della sua freschezza, della sua bellezza o della sua salute, della sua immediata integrazione in un insieme umano riconoscibile.
Ciò non significa che il medico, con la sua profonda conoscenza dei corpi, non accorra a sostenere l’artista, offrendoli alle possibilità dell’arte che sfuggono alla medicina. In campo medico un corpo è in completa corrispondenza con la sua decomposizione materiale. Nell’arte, un corpo può essere tutto, nella misura della sua decomposizione spirituale progressiva in angoli e vertici, piani e contropiani. Una geometria analitica elaborata dalla lente e l’occhio, la macchina e il pensiero.
È come se la fotografia ci dicesse che un corpo può essere ciò che intendiamo farne. Può assorbire un discorso. Un semplice pelo può nascondere un ghiacciaio, la pelle può confluire in un abisso, la bocca può annientare un grido. La barba può essere il principio di un cammino spinoso e la curva soave della membrana può essere una luna in eclissi. E per questo corpo multiplo navighiamo, con la bussola e l’astrolabio, ovvero, con l’intelligenza e con i sensi.
Clara Ferreira Alves
19 Aprile 2010