
OMELIA
di S.E. R. Mons. Gianfranco Ravasi
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
in occasione della benedizione dell’organo
nella chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi in Roma
7 dicembre 2008
Isaia 40, 1-5.9-11
2 Pietro 3, 8-14
Marco 1, 1-8
Vorrei innanzitutto rivolgere un saluto alla comunità portoghese qui riunita, alle autorità, al rettore di questa chiesa, che ha voluto che fossi io, in questa giornata particolare, ad essere in mezzo a voi e a presiedere una liturgia così solenne.
Anche se non riesco a esprimermi nella vostra lingua, tuttavia – come molti altri italiani – sento che il vostro paese, con la sua storia culturale, esercita una suggestione particolare. La vostra capitale, Lisbona, costituisce certamente uno dei grandi simboli della bellezza e del fascino europeo. Per questo motivo, oggi vorrei iniziare la mia riflessione – che avrà soltanto tre brevi momenti – facendo riferimento proprio all’elemento centrale della nostra celebrazione, cioè l'inaugurazione del nuovo organo della chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi. Perciò, cominciamo dalla prima lettura tratta dal profeta Isaia, una lettura che, tra l’altro, è citata e ripresa anche dal Vangelo di Marco. All’interno di questo brano c'è un elemento costante, un elemento sonoro: la voce. Una voce che grida nel deserto, una voce che risuona passando di regione in regione coi suoi echi potenti. E tale voce si ripete fino a diventare voce di un araldo che annuncia una festa, e questo annuncio, potremmo dire, è musicale, quasi fosse una “marcia”, perché porta con sé la gioia della buona notizia della liberazione di Israele dalla schiavitù babilonese.
Questa pagina è, dunque, attraversata da una voce che reca gioia. La prima riga, infatti, parla di consolazione: «Consolate, consolate il mio popolo», invitandolo a trovare la speranza. Il profeta anonimo, che scrive questa pagina nel nome del profeta Isaia, vissuto due secoli prima, è testimone del ritorno di Israele dall’esilio e dall’oppressione di Babilonia nel VI secolo a. C. Ebbene, la sua voce è come un’armonia di felicità che attraversa tutte le schiavitù. Sappiamo che la Bibbia si apre con un elemento sonoro posto alla radice dell’atto creativo: «In principio Dio disse “Sia la luce” e la luce fu». È una voce che squarcia il silenzio del nulla e dà origine all’essere, alla creazione. È una voce, è la parola di Dio, che attraverserà poi l’intera Sacra Scrittura e la sua storia di salvezza: Dio parla mediante le parole dei profeti, ma è sempre la sua voce, sorgente di armonia, di speranza e anche di giudizio.
Quando Mosè deve riassumere quanto è accaduto sulla vetta del Sinai, usa soltanto questa frase, che si può leggere nel libro del Deuteronomio (4, 12): «Dio vi parlò in mezzo al fuoco, voi ascoltaste voce di parole, voi non vedeste nessuna immagine, solo una voce». Dio non è una statua, Dio non è un idolo. Dio è una parola. E la parola porta in sé paradossalmente fragilità e potenza. Pensate a quante parole vi ho detto fin dall’inizio, ma esse si sono tutte spente, sono diventate morte. Eppure, in chi ascolta, le parole lasciano una traccia. Quanti sono convinti – e anche noi lo siamo – di aver rovinato spesso un’amicizia con una parola sbagliata. E la parola, quella parola, fiorita per pochi secondi, aveva forse lasciato un odio tra fratelli che è durato anni e anni. Ecco la forza della parola, ecco la bellezza della parola, ecco anche il rischio della parola!
Nei Salmi si dice: «Cantate a Dio con arte». Questo è, allora, l’appello che attingo dall’armonia che tra poco scenderà dall'organo. In un mondo segnato e dominato da tante brutture, pieno di superficialità e di rumori, cerchiamo di ritrovare ancora l’armonia esteriore del bello e, al tempo stesso, l’armonia interiore che proprio nella musica raggiunge il suo vertice. L’arte dei suoni è, forse, il culmine della bellezza della voce umana con la quale si ha il primo grande concerto sulla faccia della Terra, per giungere poi all’armonia della musica. Cassiodoro, letterato del VI secolo dopo Cristo, di origini calabresi, fondatore della prima “università” cristiana nelle sue terre di Calabria, ha scritto, in una sua opera importante, le Institutiones: «Se noi continuiamo a commettere ingiustizia, Dio ci toglierà la musica». Ecco, la musica è il segno dell’armonia umana e della presenza di Dio in mezzo a noi, e le armonie che scenderanno da questo nuovo organo vogliono appunto parlarci della bellezza umana e, nel contempo, di quella di Dio, ossia della bellezza trascendente.
La mia seconda riflessione riguarda un altro aspetto di quella voce che risuona nel deserto. È la voce del Battista, un suono potente che inquieta le coscienze e questo accade nel deserto. Ma il deserto che cos’è? Come sappiamo, è un luogo di solitudine dove la persona si concentra su una sola cosa, dimenticando tutte le sovrastrutture della società, i bisogni non necessari imposti quasi sempre dalla pubblicità, dalla televisione. Quando si è nel deserto, si pensa soltanto all’acqua e al cibo, cioè alle cose fondamentali. Pertanto, l’unico luogo al mondo, dove l’uomo è veramente solo con se stesso e col mistero degli spazi immensi, è proprio il deserto, il regno degli infiniti silenzi e del vento. Gli arabi chiamano il vento “il respiro di Dio”, il respiro di Dio che ci avvolge.
Ecco, allora, il secondo appello: prendendo spunto dal luogo in cui risuona la voce, ossia il deserto, come si dice nella lettura di Isaia e nel Vangelo, cerchiamo di ritrovare un momento di solitudine e di silenzio per poter incontrare la nostra coscienza. Riscopriamo quell’orizzonte sereno e pacato che ci consente di far echeggiare in noi le domande essenziali che riguardano il senso vero della nostra esistenza. Un grande pensatore credente, il francese Pascal, scriveva nei suoi Pensieri che una delle disgrazie maggiori del nostro tempo – quanto lo è di più per il nostro! – è il non essere capaci di restare un’ora sola nella propria stanza in silenzio a pensare. Un’ora è impossibile ai nostri giorni, ma almeno creare un’oasi per la meditazione, per un esame di coscienza di pochi minuti è del tutto indispensabile. Una volta al giorno è necessario ritrovare una propria intimità nella quale risuoni la voce, la voce della coscienza, la voce divina.
Concludo con una terza riflessione, attingendo questa volta al testo della Seconda Lettera di Pietro. In esso si afferma che l’eternità di Dio è come un istante di fronte all’immensa distesa dei nostri anni. Per l’apostolo, un giorno davanti al Signore è come mille nostri anni. Egli abbraccia tutto l’essere con uno sguardo unico. L'eternità, alla quale siamo chiamati anche noi nell’abbraccio con Dio oltre la morte, non è come la immaginiamo noi, un filo continuo ininterrotto di giorni, è invece un solo istante, un istante perfetto e pieno, in cui non c’è più il prima e il poi, in cui non c’è più la lunghezza del tempo. Qualcosa del genere lo sperimentano gli innamorati. Quando sono insieme, essi vivono un’ora come se fosse un istante. Per tutti, un’ora di conferenza può essere estremamente pesante e può sembrare simile a un filo continuo che non si spegne mai. Quando, invece, si è felici, uniti dall’amore, il tempo passa subito, proprio perché in sé ha già lo stigma dell’eternità.
L’ultimo appello che raccogliamo è, allora, quello di San Pietro che idealmente ci dice: «Cercate di scoprire all’interno del presente l’eterno». Ecco, allora, la necessità di far sì che il nostro tempo non ci sfugga dalle mani, non sia vuoto, ma sia principio di quella eternità che è definizione di Dio, il quale è bellezza, amore e verità; è tutto ciò che non si dissolve, ma che rimane in un istante perfetto. Vivere in modo che la nostra esistenza sia tutta irradiata di bene, di verità, di giustizia e di carità.
Questi tre segni diversi che ora ho proposto, cioè l’armonia, il silenzio del deserto e il tempo colmo di bene, saranno espressi simbolicamente attraverso la meraviglia della musica. Nei libri dei profeti Geremia ed Ezechiele si annunzia una realtà che noi speriamo di evitare proprio ritrovando l’armonia interiore: quando il Signore giudica il suo popolo, quando il Signore condanna, «fa tacere la voce che canta dello sposo e della sposa». È la voce di coloro che si vogliono bene: dobbiamo far sì che, a causa del nostro male e dell’ingiustizia, Dio non spenga mai questa voce. Portare nel mondo l’armonia, la musica, vuol dire portare la pace, significa mettere sempre in mezzo a noi Dio che è parola, che è bellezza, che è amore e bontà.
|
Copyright © by IPSAR - Istituto Portoghese di Sant'Antonio in Roma All Right Reserved. Pubblicato su: 2009-01-22 (504 letture) [ Indietro ] |