
Riflessioni di un organista a S. Antonio dei Portoghesi in Roma
6 gennaio 2009, Epifania
L’organo dell’Istituto Portoghese di S. Antonio in Roma, i cui corpi fonici e la consolle sono installati nella Chiesa di S. Antonio dei Portoghesi (via dei Portoghesi), chiesa nazionale del Portogallo, essendone titolare il Cardinale Patriarca di Lisbona, S. E. Rev.ma José Policarpo, è stato commissionato dal suddetto Istituto, nella persona del suo Rettore Mons. Agostinho Borges.
L’organo è stato costruito dalla Casa Organaria della Famiglia Mascioni su progetto di Jean Guillou e intonazione realizzata sapientemente da Franco Nicora.
Io sottoscritto, Giampaolo Di Rosa, sono stato nominato dal Rettore Mons. Borges, nel dicembre 2008, organista titolare.
L’organo viene inaugurato e benedetto nella S. Messa alle ore 11.00 del 7 dicembre 2008, presieduta da S. E. Rev.ma Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, essendo concelebranti Mons. Agostinho Borges, Mons. José Manuel Del Rio, P. José Cordeiro e molti altri sacerdoti portoghesi.
La prima funzione liturgica ed il concerto inaugurale del pomeriggio sono stati assunti dal progettista, Jean Guillou, con i seguenti programmi:
- S. Messa: J. S. Bach, Preludio in Re maggiore BWV 532; H. Purcell, Trumpet Tune; quattro improvvisazioni; J. S. Bach, III mov. del Concerto in la minore BWV 593; accompagnamento dei canti liturgici.
- Concerto: J. S. Bach, Preludio e fuga in mi minore BWV 548; Frey Jacinto, Toccata; C. Seixas, 2 Toccate; A. Vivaldi/J. S. Bach, Concerto in do maggiore BWV 594; J. Guillou, Sagas n. 2, 1, 6; C. Franck, Corale III; improvvisazione.
Nel giorno 8 dicembre, Immacolata Concezione patrona del Portogallo, la S. Messa delle ore 17.00 è stata presieduta da S. Em. Rev.ma il Cardinale José Saraiva Martins, dove io, prima funzione dell’organista titolare, ho improvvisato (Entrata, Offertorio, Finale) nonché accompagnato i canti presidenziali e assembleari diretti dal giovane studente di composizione Nuno Costa, venuto da Vila Real.
Nel giorno 10 dicembre, centenario della nascita di Olivier Messiaen, ho avuto il piacere e l’onore di eseguire integralmente la “Nativité du Seigneur”, che contemporaneamente chiude il ciclo integrale organistico di Messiaen organizzato dall’Università Cattolica portoghese di Porto.
Quale bis, ho suonato la fuga in re maggiore di Bach, ricollegandomi al preludio, prima opera di repertorio eseguita all’organo nella Messa del 7 dicembre.
In tal modo si sono perfezionate le tre giornate dell’inaugurazione, con due S. Messe e altrettanti concerti, di cui il secondo dedicato a Messiaen: l’organo nasce provvidenzialmente anche nel suo centenario di nascita, quale buon auspicio per la musica sacra in Roma, ed in Europa, segno tangibile delle comuni radici cristiane.
Questa succinta cronologia dei fatti è giusto utile per inquadrare i primi momenti formali in cui si presenta il nuovo organo: la musica attraverso i suoi suoni e la moltitudine dei timbri, per comunicare con le tante persone presenti.
Forse si può dire che l’inaugurazione costituisca non il primo atto, ma sia invece l’atto fulcrale di un’attività organistica nell’arco del tempo: dapprima il lavoro per la realizzazione e la ricerca dei presupposti materiali per concretizzare tale volontà (in questo caso volontà pastorale di Mons. Borges), successivamente la programmazione reale, la conoscenza dello strumento, nella Liturgia e al di fuori di essa ma pur sempre nel suo spazio di accoglienza, la Chiesa, luogo di culto e di bellezza, dove l’arte si fa veicolo vocazionale della sua causa e del suo fine: la verità.
Verità cui anche un organista deve contribuire a servire, servendosi a sua volta della materia prima di ogni strumento: suoni e timbri.
Parlo volutamente a titolo personale, non per esporre (tantomeno imporre) mie opinioni, ma per esprimere appena una testimonianza ed escludendo ogni tecnicismo, non sempre necessariamente produttivo.
Grazie alla nuova programmazione dell’Istituto, avente già alle spalle oltre una decennale attività artistica e musicale – concerti organistici domenicali alle 18.30 dopo la S. Messa delle 17.00 – sto provando e suonando gli più svariati ambiti del repertorio, sia per studiarlo, che per riprenderlo dopo averlo altrove già eseguito, al fine di registrarlo e interpretarlo (e reinterpretarlo).
In una parola, la tanto invocata interpretazione (con tutti i suoi attributi) è una forma di conoscenza, una via per “fare” conoscenza, dove gli uditori partecipano relazionandosi all’opera musicale, che pur già esistente viene ad essere oggetto di vissuto (“Erlebnis”) nel momento del suo ascolto, quindi della sua esecuzione (anche il disco necessita almeno di una esecuzione, l’improvvisazione si consuma nella sua unica esecuzione).
Sto quindi suonando il repertorio di diverse epoche e diverse provenienze. A titolo di esempio, nelle prime settimane sto suonando alcuni autori antichi, delle opere bachiane, altre del romanticismo nonché di autori del secolo XX, fino all’improvvisazione (regolarmente durante la S. Messa per l’Introito, Offertorio e Finale).
Ebbene: è possibile parlare di un concetto ideale di organo?
E di un altrettanto ideale di spazio accogliente e trasformante il suono prodotto?
Oppure di un concetto naturale di sonorità prodotte con la registrazione organistica?
Non intendo rispondere (non avendo una risposta) ma desidero affermare che ogni pagina del repertorio trova in questa organo e nel suo spazio una dimensione propria, e propizia.
L’interazione sonora organistica implica una disposizione funzionale allo scopo, nonché un’intonazione mirabile: in questo strumento si riuniscono queste esigenze portate ad equilibrio e rinnovate ogni volta con l’interpretazione con la quale si conosce l’intimità dell’opera suonata, si conoscono le sue qualità timbriche date nel tessuto compositivo.
In questo contesto si collocano a fortiori l’improvvisazione ed i suoi concetti.
Dapprima l’improvvisazione liturgica, poi altre forme e processi, come le improvvisazioni su letture delle Sacre Scritture e la libera improvvisazione, su tema dato o non dato, in concerto.
L’improvvisazione, da mero studio imprescindibile nella formazione di un musicista – già formato in armonia, contrappunto e fuga (almeno!) – diventa anche creazione, espressione immediata di quel particolare attimo di inspirazione che è spesso il luogo limite della persona, e della sua fede.
Improvvisazione considerando non appena dialoghi, bensì interazioni (semplici o complesse che siano, giammai meri involucri di artifici) relative alle qualità timbriche dei registri e dei loro amalgami: è un momento possibile per plasmare la materia concepita con l’organo.
E si tratta di un organo assolutamente d’eccezione, come eccezionale è stata la volontà per volerlo realizzare, ulteriore opera d’arte della Chiesa di S. Antonio dei Portoghesi in Roma.
Giampaolo Di Rosa
|
Copyright © by IPSAR - Istituto Portoghese di Sant'Antonio in Roma All Right Reserved. Pubblicato su: 2009-01-22 (756 letture) [ Indietro ] |