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PORTUGAL (1998) di Maria Vittoria Querini
Siediti al sole. Abdica
e sii re di te stesso.
F. PESSOA

Il ricordo

Il ricordo più antico che ho del Portogallo è il giallo luminoso delle ginestre1 che una volta costeggiavano un tratto di strada nei pressi della frontiera di Badajoz. E poi si sa, la ginestra è simbolo di rimembranze.

Vidi per la prima volta il Tejo dal ponte 25 Abril, che allora si chiamava Salazar. Nessuno avrebbe potuto dirmi, a quel tempo, che il destino mi avrebbe concesso di attraversare il ponte infinite volte, tutte le volte che un’incrollabile voglia di conoscere questa terra avrebbe reso “viaggio” un’escursione, una gita, un breve tragitto e non soltanto un percorso che unisce due confini.

I ricordi di quel primo viaggio sono vivi e presenti, ancora oggi che l’immagine del Portogallo si è fatta adulta. Sono tornata dopo molti anni e per molte volte. L'incontro con Lisbona è sempre stato dall'alto: il grande ponte, la statua di Cristo-Rei2 che “spalanca ai gabbiani e agli aerei la misericordia di cemento delle sue braccia” , la torre di Belém, i tetti rossi, le case bianche, la cupola di Estrela, l'enorme macchia verde di Monsanto li vedo ormai con gli occhi della memoria, non c'è più bisogno che guardi. Ma lo stupore di allora è rimasto intatto, il senso di un'infinita scoperta che cambia il modo di viaggiare. Saramago dice che il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono.
Lisbona è città che non si dimentica ma non si può raccontare, come saudade è parola che non si può tradurre. Nessuno dovrebbe mai chiedere che cosa ci sia da vedere in una città come questa. Basterebbe percorrere in un giorno di sole (e in Portogallo ce ne sono tanti) la rua de Ouro, la rua do Carmo fino al largo do Chiado, il reticolo di stradine in Alfama e basterebbe salire sull'electrico n. 28, tragitto Estrela-Graça, per avere già una prima risposta.

Le pietre di Terreiro do Paço ricoprono passi che non si sono perduti, neppure dopo che terremoto e maremoto, insieme, spazzarono via nel 1755 l'architettura ariosa di questa piazza, “la più nobile d’Europa”. L’ombra di un giardino vicino alla Sé Catedral invita ad una sosta prima di raggiungere, poco più in alto, il Miradouro di Santa Luzia. Proprio in questo belvedere (mai parola fu più calzante) sopravvive uno splendido azulejo del Terreiro, così com'era prima che venisse distrutto. Il fiume che si vede da qui è già premessa di mare, Mar de Palha per via del colore. La luce è intensa e l’oceano “si sente” vicino.

Mi trovavo in Portogallo, dalle parti di Tomar, quando la notte tra il 24 e 25 agosto del 1988 scoppiò l'incendio che distrusse una parte della Baixa Pombalina di Lisbona. C'ero stata il giorno prima a passeggiare, tornai dopo alcuni giorni dall'incendio. Le macerie ancora sprigionavano fumo e con il fumo salivano al cielo i frammenti inceneriti delle stoffe preziose, dei ricami vetusti, degli spartiti gloriosi di Valentim de Carvalho, dei sigari della Casa Havanesa, insieme con il sospiro speziato della rua do Alecrim. Dall'alto dell'elevador de Santa Justa, un balcone provvidenziale salvato al disastro, guardavo giù in una strada smarrita. I delicati palazzi del settecento erano gabbie vuote, perfino i muri - i pochi rimasti in piedi - erano deformati per lo sforzo, quello estremo, di resistere alle fiamme che avevano dilatato di secoli lo spazio di un giorno. Era un commiato definitivo anche per me, che potevo pronunciare mentalmente quell'unica parola, Adeus, apparsa a grandi lettere su un giornale di Lisbona3 .





1 La ginestra è il titolo di una delle più celebri poesie di Giacomo Leopardi, quasi la summa della sua concezione letteraria, nella quale confluiscono inevitabilmente reminiscenze di vita.

2 “La statua di Cristo-Rei che spalanca ai gabbiani…” frase tratta dal libro “Naus” di Antonio Lobo Antunes.

3 Il giornale portoghese che riporta la cronaca del disastro dell’incendio della Baixa è O Independente del 26-08-1988.




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